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RETTORATO - STERI
E’ uno dei luoghi simbolo della città, un palazzo che custodisce sette secoli di arte e di storia della Sicilia: dall’epoca della fondazione, nel Trecento, passando per la stagione dei vicerè e per quella oscura dell’Inquisizione, per arrivare agli Anni Settanta del Novecento, quando l’edificio rinacque sotto il segno degli architetti Carlo Scarpa e Roberto Calandra. Oggi sede istituzionale dell’Università di Palermo e tassello centrale dell’offerta culturale e turistica della città, lo Steri (dal francese antico oster, dimora sontuosa) è uno straordinario museo di se stesso in cui ogni passaggio della storia ha lasciato testimonianze preziose: il soffitto dipinto della Sala Magna, i loggiati, i graffiti dei prigionieri dell’Inquisizione già restaurati e inglobati nell’attuale Sala delle Armi, la Sala delle Capriate e la Vucciria di Renato Guttuso.
Lo Steri nacque nel XIV secolo come residenza dei Chiaramonte, grande famiglia di feudatari. Quell’epoca si chiuse drammaticamente nel 1392 con l’ingresso in città dei re aragonesi Maria e Martino, arrivati a scongiurare le tentazioni indipendentistiche della nobiltà siciliana. Nel 1415 il palazzo divenne residenza ufficiale dei viceré fino a quando – dopo la rivolta popolare del 1516 – i rappresentanti della monarchia si trasferirono a Palazzo dei Normanni. Lo Steri allora venne occupato al piano terra dalla Regia Dogana e al piano superiore dalla Magna Curia.
Bisogna arrivare alla fine del secolo XVI perché il palazzo viva un’altra stagione cruciale, con la destinazione a sede del Sant’Uffizio fino al 1782 (stagione di cui è testimone l’annesso carcere dell’Inquisizione, con le straordinarie testimonianze dei reclusi), anno in cui l’illuminato viceré Domenico Caracciolo ne ordinò l’abolizione. Chiusa questa pagina, lo Steri continuò a ospitare la Regia Dogana, ma divenne anche rifugio per i poveri e impresa del lotto. Al lotto fu destinato un edificio compreso nel complesso monumentale, oggi chiamato Palazzetto Neoclassico.
Nel 1799, quando il re Ferdinando III fu costretto a scappare da Napoli e approdò a Palermo, la Corte si stabilì a Palazzo Reale, allora sede del Tribunale, e il Tribunale si spostò allo Steri, dove rimase fino alla metà del Novecento: prima borbonico, poi sabaudo, infine repubblicano. Dopo una lunga stagione di abbandono e abusi edilizi, e una travagliata sequenza di restauri, lo Steri assunse l’aspetto attuale.
Lo Steri nacque nel XIV secolo come residenza dei Chiaramonte, grande famiglia di feudatari. Quell’epoca si chiuse drammaticamente nel 1392 con l’ingresso in città dei re aragonesi Maria e Martino, arrivati a scongiurare le tentazioni indipendentistiche della nobiltà siciliana. Nel 1415 il palazzo divenne residenza ufficiale dei viceré fino a quando – dopo la rivolta popolare del 1516 – i rappresentanti della monarchia si trasferirono a Palazzo dei Normanni. Lo Steri allora venne occupato al piano terra dalla Regia Dogana e al piano superiore dalla Magna Curia.
Bisogna arrivare alla fine del secolo XVI perché il palazzo viva un’altra stagione cruciale, con la destinazione a sede del Sant’Uffizio fino al 1782 (stagione di cui è testimone l’annesso carcere dell’Inquisizione, con le straordinarie testimonianze dei reclusi), anno in cui l’illuminato viceré Domenico Caracciolo ne ordinò l’abolizione. Chiusa questa pagina, lo Steri continuò a ospitare la Regia Dogana, ma divenne anche rifugio per i poveri e impresa del lotto. Al lotto fu destinato un edificio compreso nel complesso monumentale, oggi chiamato Palazzetto Neoclassico.
Nel 1799, quando il re Ferdinando III fu costretto a scappare da Napoli e approdò a Palermo, la Corte si stabilì a Palazzo Reale, allora sede del Tribunale, e il Tribunale si spostò allo Steri, dove rimase fino alla metà del Novecento: prima borbonico, poi sabaudo, infine repubblicano. Dopo una lunga stagione di abbandono e abusi edilizi, e una travagliata sequenza di restauri, lo Steri assunse l’aspetto attuale.
GIURISPRUDENZA
La facoltà di Giurisprudenza occupa la storica Casa dei Padri Teatini in San Giuseppe, costruzione grandiosa che fino agli Anni ’60 del Novecento fu sede centrale dell’Ateneo. La Regia Accademia degli Studi, in fase di transizione a Università, ci si trasferì nel 1805-06 allorquando fu costretta ad abbandonare la sua prima sede: il Collegio Massimo (oggi Biblioteca regionale) che dovette restituire ai Gesuiti, riusciti a ritornare nel Regno e a rientrare in possesso dei loro beni. Il 3 settembre 1805 si dispose il trasferimento, e l’architetto Giuseppe Venanzio Marvuglia fu incaricato di progettare tutte le necessarie modifiche. Marvuglia, coadiuvato da artisti come Marabutti e Gentile. elaborò un progetto di riassetto formale dell’involucro murario che prevedeva una redistribuzione dei locali rispondente alle mutate esigenze. Negli anni 1868 e 1906 vennero creati rispettivamente il Circolo e il Seminario giuridico, strutture destinate a diventare ben presto prestigiosi centri di insegnamento e di ricerca. Nel 2005 si sono conclusi i lavori che hanno riportato l’edificio all’antico splendore.
GIURISPRUDENZA (ex Cinema Edison)
E’ uno spazio recuperato nel cuore del centro storico, un ex cinema con una forte caratterizzazione stilistica degli Anni Cinquanta dove l’Università ha realizzato un ampio auditorium oggi utilizzato dalla facoltà di Giurisprudenza. Inaugurato nel 2002 dopo una lunga opera di recupero rallentata dalla scoperta (e dalla conseguente rimozione) di lastre d’amianto sul tetto, la riqualificazione dell’ex cinema Edison, nel quartiere dell’Albergheria,ha avuto forti e positive ricadute sul quartiere. I lavori di ristrutturazione, costati circa 850 mila euro, sono stati finanziati con fondi del ministero dell’Università e della Ricerca. L’aula ha 532 posti a sedere, 386 dei quali nella sala, 146 nella galleria. La sua costruzione risale al periodo fascista: ristrutturato negli Anni Cinquanta e utilizzato come sala cinematografica "Astra Cine" fino agli anni Ottanta, ha vissuto poi un periodo di abbandono. I locali dell'Auditorium sono utilizzati, oltre che per le attività didattiche della facoltà di Giurisprudenza, anche ad attività sociali e culturali delle associazioni del quartiere dell'Albergheria.
SCIENZE POLITICHE
La facoltà di Scienze politiche ha sede in quello che un tempo fu il Collegio San Rocco, destinato, sin dal 1620, a ricovero di ragazzi di poveri natali e a sede della confraternita intitolata al santo, fondata nel 1424. I Rettori della confraternita di San Rocco concessero al Collegio, come riporta il Mongitore, l’uso perpetuo della chiesa, delle stanze del cappellano e del sacrestano, con facoltà di potere fabbricare, per atto rogato da Notar Giovan Vincenzo di Federico il 19 gennaio 1620.
Nel 1836 il Collegio fu trasformato in case e il Governo destinò per i fanciulli metà della casa dei Reverendi Padri delle Scuole Pie. L’edificio, divenuto di proprietà dell’Opera Pia Collegio San Rocco, transitò nel 1996, con lo scioglimento dell’Opera Pia, al Comune di Palermo che nel 2000 ne concesse in uso all’Università i locali al piano terra, al piano ammezzato e al secondo piano, mentre quelli al primo piano erano già da tempo utilizzati dalla facoltà di Scienze Politiche.
Il complesso edilizio, ubicato nei pressi dell’antica Porta Oscura, presenta una pianta a “L” e si affaccia col prospetto principale su via Maqueda, col prospetto laterale su via Ugo Antonio Amico e col prospetto posteriore su via Principe San Giuseppe. Gli altri prospetti si affacciano su cortili e chiostrine, sui quali insistono anche edifici vicini. Nel 2008 sono stati completati i lavori di recupero dell’ala che si affaccia su via Ugo Antonio Amico, con la realizzazione della biblioteca, del suo deposito, di una sala multimediale, dell’ascensore.
Nel 1836 il Collegio fu trasformato in case e il Governo destinò per i fanciulli metà della casa dei Reverendi Padri delle Scuole Pie. L’edificio, divenuto di proprietà dell’Opera Pia Collegio San Rocco, transitò nel 1996, con lo scioglimento dell’Opera Pia, al Comune di Palermo che nel 2000 ne concesse in uso all’Università i locali al piano terra, al piano ammezzato e al secondo piano, mentre quelli al primo piano erano già da tempo utilizzati dalla facoltà di Scienze Politiche.
Il complesso edilizio, ubicato nei pressi dell’antica Porta Oscura, presenta una pianta a “L” e si affaccia col prospetto principale su via Maqueda, col prospetto laterale su via Ugo Antonio Amico e col prospetto posteriore su via Principe San Giuseppe. Gli altri prospetti si affacciano su cortili e chiostrine, sui quali insistono anche edifici vicini. Nel 2008 sono stati completati i lavori di recupero dell’ala che si affaccia su via Ugo Antonio Amico, con la realizzazione della biblioteca, del suo deposito, di una sala multimediale, dell’ascensore.
ARCHITETTURA
Il dipartimento di Design e alcuni altri uffici della facoltà di Architettura si trovano nell’ex monastero della Martorana, in via Maqueda 175, quella che per decenni è stata la sede principale della facoltà. Proprio qui, nell’anno accademico 1866-67, cominciò a funzionare la Scuola di applicazione per gli ingegneri e architetti di Palermo, che vide nelle vesti di primo direttore Giovan Battista Filippo Basile.
La storia del monastero benedettino della Martorana è strettamente legata alle chiese normanne di San Cataldo e di Santa Maria dell’Ammiraglio, quest’ultima dal 1435 annessa al monastero e per questo oggi comunemente denominata “la Martorana”. Le monache avevano sulla chiesa un “belvedere” che sarebbe stato demolito nel 1874 e un altro- che permetteva loro di assistere alle processioni sul Cassaro - era sul Palazzo Bordonaro, anch’esso demolito alla fine dell’800. Ma c’era un importante legame anche con le vicende della sede comunale, visto che la chiesa si apriva sull’antico piano della Corte (l’attuale piazza Bellini), sul quale anche il monastero aveva accesso. Si trattava, quindi, di un luogo di grande importanza non solo religiosa ma anche politica.
Non esistono molte notizie sulle fasi di trasformazione di quest’antica costruzione, fondata nel 1194 da Goffredo ed Eloisa Martorana. Sicuramente una fase costruttiva importante è quella collegata all’apertura, nel 1600, della via Maqueda, la cui realizzazione determinò la demolizione di una buona fetta della costruzione e la sistemazione dell’ala che oggi prospetta su via Maqueda, fissandone la nuova facciata sul filo odierno, mentre a settentrione confinava con l’edificio voluto nel 1620 dal Senato, mentre era pretore Alvaro Ribadeneira, per l’Accademia d’armi dei cavalieri. Il progetto venne affidato all’architetto Mariano Smiriglio, che riutilizzò una rimessa dove il Senato custodiva le sue carrozze (“la cavallerizza del pretore”) e annesse un piccolo tratto dell’atrio antistante la chiesa di San Cataldo. Nel 1636 all’Accademia sarebbe subentrata la Corte Pretoriana che vi sarebbe rimasta fino al 1819, per poi ospitare la Commissione scientifico-protomedicale e l’Officina centrale della notturna illuminazione.
La storia del monastero benedettino della Martorana è strettamente legata alle chiese normanne di San Cataldo e di Santa Maria dell’Ammiraglio, quest’ultima dal 1435 annessa al monastero e per questo oggi comunemente denominata “la Martorana”. Le monache avevano sulla chiesa un “belvedere” che sarebbe stato demolito nel 1874 e un altro- che permetteva loro di assistere alle processioni sul Cassaro - era sul Palazzo Bordonaro, anch’esso demolito alla fine dell’800. Ma c’era un importante legame anche con le vicende della sede comunale, visto che la chiesa si apriva sull’antico piano della Corte (l’attuale piazza Bellini), sul quale anche il monastero aveva accesso. Si trattava, quindi, di un luogo di grande importanza non solo religiosa ma anche politica.
Non esistono molte notizie sulle fasi di trasformazione di quest’antica costruzione, fondata nel 1194 da Goffredo ed Eloisa Martorana. Sicuramente una fase costruttiva importante è quella collegata all’apertura, nel 1600, della via Maqueda, la cui realizzazione determinò la demolizione di una buona fetta della costruzione e la sistemazione dell’ala che oggi prospetta su via Maqueda, fissandone la nuova facciata sul filo odierno, mentre a settentrione confinava con l’edificio voluto nel 1620 dal Senato, mentre era pretore Alvaro Ribadeneira, per l’Accademia d’armi dei cavalieri. Il progetto venne affidato all’architetto Mariano Smiriglio, che riutilizzò una rimessa dove il Senato custodiva le sue carrozze (“la cavallerizza del pretore”) e annesse un piccolo tratto dell’atrio antistante la chiesa di San Cataldo. Nel 1636 all’Accademia sarebbe subentrata la Corte Pretoriana che vi sarebbe rimasta fino al 1819, per poi ospitare la Commissione scientifico-protomedicale e l’Officina centrale della notturna illuminazione.
ARCHITETTURA (Palazzo Larderia)
Il dipartimento Storia e progetto nell’architettura ha sede a Palazzo Larderia, in corso Vittorio Emanuele 188. Si tratta di un edificio risalente alla seconda metà del XVI secolo, legato alla rivoluzione urbanistica che interessò il Cassaro proprio in quel periodo. Il 13 giugno 1567, infatti, il Senato di Palermo deliberò l’allargamento dell’antica strada del Cassaro e il suo prolungamento sino a piazza Marina. Si trattava di un intervento di grande respiro, destinato a modificare per sempre la forma della città e il suo destino. Imponenti palazzi della stessa altezza vennero progettati e allineati sui nuovi fronti della strada e grazie a incentivi e meccanismi legislativi innovativi il processo venne completato in tempi insolitamente brevi. In un’area occupata da abitazioni modeste, il mercante savonese Paolo Ferreri iniziò la costruzione di una grande residenza a partire dal maggio 1571.
L’impianto planimetrico del palazzo, un volume cubico, con un atrio di ampio respiro, e, al piano superiore, con un vasto salone centrale passante e aperto sul cortile attraverso una loggia a tre luci, immette delle sensibili novità nei modelli abitativi palermitani. Come in altri esempi di via Toledo, il piano terra era adibito a locali per botteghe e impaginato con un ordine bugnato.
Nel 1750 il celebre architetto Giovan Battista Vaccarini, su incarico del nuovo proprietario Antonio Ventimiglia, conte di Prades, elaborò una relazione sullo stato del palazzo. Lo scritto indica come i fronti laterali e posteriore fossero incompleti e che ancora, quasi due secoli dopo l’avvio della fabbrica, la parte compiuta della costruzione era quella prospiciente il Cassaro. Una consistente serie di adeguamenti e trasformazioni vennero elaborati alla fine del XIX secolo. A questa fase si deve il completamento delle rifiniture della parte alta del prospetto. È probabile che anche l’atrio sia stato liberato da tramezzi e costruzioni che ne avevano modificato la spazialità. L’ultima campagna di restauro risale al 1976 e all’82 per conto dell’Ina. Solo in tempi recenti la conoscenza della storia secolare del palazzo è emersa in buona parte grazie alle ricerche del professore Camillo Filangeri.
L’impianto planimetrico del palazzo, un volume cubico, con un atrio di ampio respiro, e, al piano superiore, con un vasto salone centrale passante e aperto sul cortile attraverso una loggia a tre luci, immette delle sensibili novità nei modelli abitativi palermitani. Come in altri esempi di via Toledo, il piano terra era adibito a locali per botteghe e impaginato con un ordine bugnato.
Nel 1750 il celebre architetto Giovan Battista Vaccarini, su incarico del nuovo proprietario Antonio Ventimiglia, conte di Prades, elaborò una relazione sullo stato del palazzo. Lo scritto indica come i fronti laterali e posteriore fossero incompleti e che ancora, quasi due secoli dopo l’avvio della fabbrica, la parte compiuta della costruzione era quella prospiciente il Cassaro. Una consistente serie di adeguamenti e trasformazioni vennero elaborati alla fine del XIX secolo. A questa fase si deve il completamento delle rifiniture della parte alta del prospetto. È probabile che anche l’atrio sia stato liberato da tramezzi e costruzioni che ne avevano modificato la spazialità. L’ultima campagna di restauro risale al 1976 e all’82 per conto dell’Ina. Solo in tempi recenti la conoscenza della storia secolare del palazzo è emersa in buona parte grazie alle ricerche del professore Camillo Filangeri.
Dipartimenti di via Divisi
Nel cuore del centro storico, tra i negozi di biciclette della caratteristica via Divisi, alcuni dipartimenti dell’Università (Biopatologia e metodologie biomediche; la sezione Musica del dipartimento Aglaia) hanno sede nell’ex complesso conventuale di Santa Maria La Grazia, che risale al 1500. Si tratta di un edificio custode di una storia singolarissima, tornata alla luce nel 2002 grazie alla scoperta della cripta durante lavori di realizzazione di nuovi servizi igienici a corredo dell’aula ad anfiteatro del pian terreno.
Il convento, infatti, fondato nel 1524 e abitato in origine da monache olivetane, fu destinato successivamente ad accogliere le “Repentite”, le donne – come racconta Gaspare Palermo – “che dal pentimento de’ loro trascorsi potessero chiamarsi Ripentite”. Cioè le cortigiane che avessero deciso di cambiare vita indossando l’abito monastico. Dentro la cripta, oggi perfettamente restaurata, sono state ritrovate le nicchie dove venivano appoggiati i corpi delle defunte prima della sepoltura (che, secondo un’antichissima tradizione religiosa, venivano prima essiccati) le tombe, un bell’altare decorato di maioliche, e la sepoltura della Madre Badessa all’interno della quale sono state trovate due ampolle di vetro. Le ricerche d’archivio e la decrittazione dei messaggi custoditi nelle ampolle - condotta grazie alla collaborazione dell’Istituto di patologia del libro di Roma - hanno permesso quindi di ricostruire la storia del convento, simbolo dei tentativi di contenimento della prostituzione operato dalle autorità civili e religiose tra Seicento e Settecento, e pesantemente ristrutturato negli Anni Cinquanta del Novecento. Le cortigiane diventate monache, in forza della “tassa della bacchetta” istituita dal Senato palermitano, erano mantenute dalle ex colleghe che volessero vestire in abiti “da donne honeste”, cioè senza i segni evidenti delle loro attività, una sorta di “porno tax” ante litteram.
La chiesa, con il prospetto su via Divisi, fu costruita nel 1512 dal chierico Vincenzo Sottile e abbellita tra il 1697 e il 1698. Del complesso sono ancora visibili la facciata con il portale e le finestre goticheggianti, alcune colonne originarie e, sul soffitto di un’aula oggi al primo piano, le ricche decorazioni pittoriche di quella che era la navata della chiesa. I “pali” rivestiti in cemento che sorreggono l’aula ad anfiteatro del pian terreno altro nascondono, al loro interno, le antiche colonne della navata.
Il convento, infatti, fondato nel 1524 e abitato in origine da monache olivetane, fu destinato successivamente ad accogliere le “Repentite”, le donne – come racconta Gaspare Palermo – “che dal pentimento de’ loro trascorsi potessero chiamarsi Ripentite”. Cioè le cortigiane che avessero deciso di cambiare vita indossando l’abito monastico. Dentro la cripta, oggi perfettamente restaurata, sono state ritrovate le nicchie dove venivano appoggiati i corpi delle defunte prima della sepoltura (che, secondo un’antichissima tradizione religiosa, venivano prima essiccati) le tombe, un bell’altare decorato di maioliche, e la sepoltura della Madre Badessa all’interno della quale sono state trovate due ampolle di vetro. Le ricerche d’archivio e la decrittazione dei messaggi custoditi nelle ampolle - condotta grazie alla collaborazione dell’Istituto di patologia del libro di Roma - hanno permesso quindi di ricostruire la storia del convento, simbolo dei tentativi di contenimento della prostituzione operato dalle autorità civili e religiose tra Seicento e Settecento, e pesantemente ristrutturato negli Anni Cinquanta del Novecento. Le cortigiane diventate monache, in forza della “tassa della bacchetta” istituita dal Senato palermitano, erano mantenute dalle ex colleghe che volessero vestire in abiti “da donne honeste”, cioè senza i segni evidenti delle loro attività, una sorta di “porno tax” ante litteram.
La chiesa, con il prospetto su via Divisi, fu costruita nel 1512 dal chierico Vincenzo Sottile e abbellita tra il 1697 e il 1698. Del complesso sono ancora visibili la facciata con il portale e le finestre goticheggianti, alcune colonne originarie e, sul soffitto di un’aula oggi al primo piano, le ricche decorazioni pittoriche di quella che era la navata della chiesa. I “pali” rivestiti in cemento che sorreggono l’aula ad anfiteatro del pian terreno altro nascondono, al loro interno, le antiche colonne della navata.
PARCO D’ORLEANS
Negli anni Sessanta del Novecento, in coincidenza con la trasformazione degli studi universitari da privilegio d’élite a fenomeno di massa, l’Università di Palermo – fino ad allora allocata nell’ex convento dei Teatini, oggi sede della facoltà di Giurisprudenza, negli edifici di via Archirafi e in poche altre strutture storiche – provvide a dotarsi di un campus universitario che potesse rispondere all’incremento esponenziale degli studenti e alle conseguenti nuove esigenze di didattica e di ricerca. Nacque così, nella zona a Sud della città, nei terreni un tempo proprietà del duca d’Orleans, un grande progetto che si sarebbe sviluppato nei successivi quaranta anni.
Oggi il campus ospita le facoltà e la maggior parte dei dipartimenti di Agraria, Ingegneria, Economia, Lettere e Filosofia, Scienze della formazione, Fisica, Biologia, Chimica e strutture di servizio come le segreterie centrali, il Centro di calcolo, il Centro di orientamento e tutorato. Negli anni Novanta il completamento degli edifici del cosiddetto Parco d’Orleans 2, con la costruzione del complesso di Scienze della formazione, di Architettura, dei “nuovi dipartimenti”, nel decennio successivo altre importanti realizzazioni: nel 2004 l’apertura dell’asilo nido d’Ateneo – uno dei primi asili in Italia di un’Università pubblica –, nel 2005 l’inaugurazione del Polididattico, gigante edilizio giunto al traguardo dopo oltre dieci anni di travagliate vicende amministrative. Il Polididattico, a servizio di tutte le facoltà presenti nel campus, è oggi uno dei complessi universitari più grandi e moderni del Paese, un edificio avveniristico con le facciate di vetro e tre cuspidi che si proiettano verso il cielo, progetto di Benedetto Colajanni, capace di ospitare contemporaneamente quattromila persone. Grandi aule ad anfiteatro, un teatro all’aperto sul tetto, monitor dove scorrono i calendari delle lezioni e altre informazioni utili per gli studenti, impianti di videoconferenza, una stazione centralizzata di controllo di tutte le apparecchiature.
Le strutture sono collegate, dal 2004, da un bus navetta gratuito: una soluzione che ha notevolmente snellito il traffico interno e incoraggiato l’uso del mezzoo pubblico: l’ingresso principale del campus si trova a pochi metri dalla fermata Orleans della metropolitana ed è raggiunto dal servizio di autobus urbano. Nel 2006 è stato reso fruibile il Parco della Fossa della Garofala, splendida oasi di verde che dalla facoltà di Agraria arriva fino a quella di Lettere. Il Parco attraversa i quindici ettari dell’area che fu parte delle proprietà di Luigi Filippo d’Orléans e si sviluppa lungo l’originario tracciato del fiume Kemonia, che assieme al Papireto delimitava la città punica, e offre una passeggiata di notevole interesse botanico, storico e naturalistico.
Oggi il campus ospita le facoltà e la maggior parte dei dipartimenti di Agraria, Ingegneria, Economia, Lettere e Filosofia, Scienze della formazione, Fisica, Biologia, Chimica e strutture di servizio come le segreterie centrali, il Centro di calcolo, il Centro di orientamento e tutorato. Negli anni Novanta il completamento degli edifici del cosiddetto Parco d’Orleans 2, con la costruzione del complesso di Scienze della formazione, di Architettura, dei “nuovi dipartimenti”, nel decennio successivo altre importanti realizzazioni: nel 2004 l’apertura dell’asilo nido d’Ateneo – uno dei primi asili in Italia di un’Università pubblica –, nel 2005 l’inaugurazione del Polididattico, gigante edilizio giunto al traguardo dopo oltre dieci anni di travagliate vicende amministrative. Il Polididattico, a servizio di tutte le facoltà presenti nel campus, è oggi uno dei complessi universitari più grandi e moderni del Paese, un edificio avveniristico con le facciate di vetro e tre cuspidi che si proiettano verso il cielo, progetto di Benedetto Colajanni, capace di ospitare contemporaneamente quattromila persone. Grandi aule ad anfiteatro, un teatro all’aperto sul tetto, monitor dove scorrono i calendari delle lezioni e altre informazioni utili per gli studenti, impianti di videoconferenza, una stazione centralizzata di controllo di tutte le apparecchiature.
Le strutture sono collegate, dal 2004, da un bus navetta gratuito: una soluzione che ha notevolmente snellito il traffico interno e incoraggiato l’uso del mezzoo pubblico: l’ingresso principale del campus si trova a pochi metri dalla fermata Orleans della metropolitana ed è raggiunto dal servizio di autobus urbano. Nel 2006 è stato reso fruibile il Parco della Fossa della Garofala, splendida oasi di verde che dalla facoltà di Agraria arriva fino a quella di Lettere. Il Parco attraversa i quindici ettari dell’area che fu parte delle proprietà di Luigi Filippo d’Orléans e si sviluppa lungo l’originario tracciato del fiume Kemonia, che assieme al Papireto delimitava la città punica, e offre una passeggiata di notevole interesse botanico, storico e naturalistico.
CITTADELLA DELLO SPORT - CUS
è uno dei campus sportivi più grandi e attrezzati d’Italia, un complesso polivalente frequentato non soltanto dagli atleti, ma da migliaia di cittadini. Il campus nacque nel 1997 grazie ai finanziamenti previsti per le Universiadi, le “Olimpiadi” universitarie. Ma rimase incompiuto per parecchi anni, quando l’amministrazione dell’Ateneo guidata dal rettore Giuseppe Silvestri - prorettore all’Edilizia Salvatore Di Mino - prese in mano le redini del progetto, lo completò e lo arricchì di nuove strutture. Oggi il campus, gestito dal Cus (il Centro universitario sportivo) è dotato di una piscina regolamentare riscaldata, sormontata da una tensostruttura rimovibile con campate di cinquantatrè metri in acciaio zincato e membrana tessile; di una pista d’atletica a otto corsie, la più grande della Sicilia, all’interno della quale è stato realizzato un campo in erba da calcio/rugby. E ancora, di un palazzetto dello sport, di una palestra, di spogliatoi, di quattordici campetti polivalenti, di sale per ogni tipo di disciplina, dallo spinning ai pesi. In corso di realizzazione la sistemazione del verde e una zona ricreativa con uno spazio per bambini.
La copertura della piscina è stata realizzata grazie al finanziamento europeo del Pit (programma integrato territoriale) “Palermo capitale del Mediterraneo” di cui è capofila il Comune di Palermo.
La copertura della piscina è stata realizzata grazie al finanziamento europeo del Pit (programma integrato territoriale) “Palermo capitale del Mediterraneo” di cui è capofila il Comune di Palermo.
Policlinico
Da circa settant’anni la facoltà di Medicina e Chirurgia e il Policlinico si identificano. L’attuale Policlinico “Paolo Giaccone”, infatti, dove insiste gran parte delle attività delle scienze mediche universitarie, nasce nel quadro del potenziamento dell'alta cultura con l'emanazione di leggi per le opere pubbliche a Palermo, che fecero seguito alla visita di Mussolini nel capoluogo della Sicilia, nel 1924, in quel progetto generale che allora venne definito la "Grande Palermo". L'attività del nuovo Policlinico ha inizio nel periodo tra il 1939 e il 1943: la nuova struttura assistenziale universitaria è il segno tangibile dell'unità inscindibile delle attività didattiche, scientifiche e assistenziali del docente universitario medico.
Il Policlinico tutto - reparti diagnostici, biblioteche, locali - sono intestati a Paolo Giaccone, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Ninni Cassarà, servitori dello Stato vittime della violenza mafiosa. Dal punto di vista assistenziale, nel 2008 è in atto la rimodulazione dei reparti clinici, gestiti dall'azienda ospedaliera universitaria. L'obiettivo è quello di una riorganizzazione funzionale che riesca a ottimizzare le prestazioni diagnostiche e terapeutiche, senza mortificare le primarie attività formative e di ricerca, valorizzando le professionalità esistenti. Strettamente collegata alla nuova organizzazione assistenziale, è la ristrutturazione edilizia del Policlinico. L’opera, per cui è in corso la gara d’appalto, cambierà radicalmente in quattro anni il volto dell’ospedale universitario, con la nascita di un grande modernissimo polo di Pronto soccorso e Medicina d’urgenza, la realizzazione di un tunnel sotterraneo che collegherà tutti i reparti, lavori nelle strutture di Chirurgia e Rianimazione, di Oculistica, di Ginecologia-Ostetricia, di Medicina legale e Farmacologia. Con un importo a base d’asta di quasi 42 milioni di euro, è l’appalto più consistente mai bandito dall’Università.
Il Policlinico tutto - reparti diagnostici, biblioteche, locali - sono intestati a Paolo Giaccone, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Ninni Cassarà, servitori dello Stato vittime della violenza mafiosa. Dal punto di vista assistenziale, nel 2008 è in atto la rimodulazione dei reparti clinici, gestiti dall'azienda ospedaliera universitaria. L'obiettivo è quello di una riorganizzazione funzionale che riesca a ottimizzare le prestazioni diagnostiche e terapeutiche, senza mortificare le primarie attività formative e di ricerca, valorizzando le professionalità esistenti. Strettamente collegata alla nuova organizzazione assistenziale, è la ristrutturazione edilizia del Policlinico. L’opera, per cui è in corso la gara d’appalto, cambierà radicalmente in quattro anni il volto dell’ospedale universitario, con la nascita di un grande modernissimo polo di Pronto soccorso e Medicina d’urgenza, la realizzazione di un tunnel sotterraneo che collegherà tutti i reparti, lavori nelle strutture di Chirurgia e Rianimazione, di Oculistica, di Ginecologia-Ostetricia, di Medicina legale e Farmacologia. Con un importo a base d’asta di quasi 42 milioni di euro, è l’appalto più consistente mai bandito dall’Università.
Patologia generale - Policlinico
In un elegante edificio liberty, a ridosso del vecchio bastione di porta Mazara, vicino alle mura trecentesche, ha sede da oltre un secolo la sezione di Patologia generale del dipartimento di Biopatologia e metodologie biomediche. L’istituto viene realizzato tra il 1902 e il 1905, per volontà del professor Arnaldo Trambusti.
L’Università, infatti, riesce a ottenere dal Comune di Palermo la cessione di un lotto di terreno di circa duemila metri quadrati al prezzo di trentamila lire, come risulta dall’atto di cessione stipulato il 23 gennaio 1903 dal notaio Ferdinando Lionti, fra il sindaco Giuseppe Mastrogiovanni Tasca Lanza e il rettore Adolfo Venturi. L’inaugurazione risale al 12 gennaio 2006. Oggi la superficie dell’istituto è pari a 3.759 metri quadrati, perché nel 1926 viene aggiunto un altro lotto. L’intero complesso si trova nelle vicinanze del bastione che risale al periodo delle guerre del Vespro e che nel maggio del 1325 fu teatro di uno dei più cruenti scontri tra le fanterie del Duca di Calabria e gli insorti. E’ possibile ammirare nelle mura l’arco ogivale dell’antica porta, non più usata dal 1569, quando fu edificata una nuova cinta muraria, e, nella volta della porta trecentesca, affreschi e tre stemmi in un unico scudo della casa aragonese, del senato civico e della casata degli Incisa. Di epoca più recente è una lapide commemorativa dell’epopea garibaldina: da qui, infatti, partì l’attacco che i garibaldini sferrarono nel maggio 1860 per occupare il palazzo reale. Particolarmente interessanti sono alcune opere d’arte conservate all’interno dell’istituto. Una è certamente un dipinto di Giuseppe Enea donata a Trambusti e posto nell’aula magna. Si tratta di una tempera su tela, dipinta a monocromo, che raffigura la scultura di Giulio Monteverde relativa a Jenner che inocula il vaccino del vaiolo al figlio. Sempre nell’aula magna si trova una lapide con medaglione in bronzo del professor Trambusti, che porta la firma di un altro noto maestro palermitano, Antonio Ugo, e che risale al 1929.
L’Università, infatti, riesce a ottenere dal Comune di Palermo la cessione di un lotto di terreno di circa duemila metri quadrati al prezzo di trentamila lire, come risulta dall’atto di cessione stipulato il 23 gennaio 1903 dal notaio Ferdinando Lionti, fra il sindaco Giuseppe Mastrogiovanni Tasca Lanza e il rettore Adolfo Venturi. L’inaugurazione risale al 12 gennaio 2006. Oggi la superficie dell’istituto è pari a 3.759 metri quadrati, perché nel 1926 viene aggiunto un altro lotto. L’intero complesso si trova nelle vicinanze del bastione che risale al periodo delle guerre del Vespro e che nel maggio del 1325 fu teatro di uno dei più cruenti scontri tra le fanterie del Duca di Calabria e gli insorti. E’ possibile ammirare nelle mura l’arco ogivale dell’antica porta, non più usata dal 1569, quando fu edificata una nuova cinta muraria, e, nella volta della porta trecentesca, affreschi e tre stemmi in un unico scudo della casa aragonese, del senato civico e della casata degli Incisa. Di epoca più recente è una lapide commemorativa dell’epopea garibaldina: da qui, infatti, partì l’attacco che i garibaldini sferrarono nel maggio 1860 per occupare il palazzo reale. Particolarmente interessanti sono alcune opere d’arte conservate all’interno dell’istituto. Una è certamente un dipinto di Giuseppe Enea donata a Trambusti e posto nell’aula magna. Si tratta di una tempera su tela, dipinta a monocromo, che raffigura la scultura di Giulio Monteverde relativa a Jenner che inocula il vaccino del vaiolo al figlio. Sempre nell’aula magna si trova una lapide con medaglione in bronzo del professor Trambusti, che porta la firma di un altro noto maestro palermitano, Antonio Ugo, e che risale al 1929.
VIA ARCHIRAFI – SCIENZE E FARMACIA
A ridosso dell’Orto Botanico - il giardino botanico più antico d’Europa - ancora avvolti dall’atmosfera dei primi del Novecento alla quale risalgono, si trovano gli edifici di via Archirafi, dove hanno sede le facoltà di Scienze matematiche, fisiche, naturali e di Farmacia e gli otto dipartimenti che fanno capo a quest’area: Biologia animale; Chimica e tecnologie farmaceutiche; dipartimento farmacologico, tossicologico e biochimico; Geologia e geodesia; Matematica e applicazioni; Scienze botaniche; Scienze fisiche ed astronomiche. Un complesso omogeneo per carattere e stile.
Questi luoghi cui lo scrittore Santo Piazzese si ispirò per il suo primo romanzo, “I delitti di via Medina Simonia”, custodiscono importanti collezioni scientifiche, un gioiello museale come il Doderlein, laboratori scientifici. Nel 2006 gli spazi a disposizione di Scienze si sono notevolmente ampliati grazie al recupero dell’edificio di cinque piani ai civici 20-22 che è stato strappato a un lungo degrado e che adesso ospita un’aula ad anfiteatro da 120 posti, numerose altre aule, spazi per laboratori, una grande terrazza: in tutto tremila metri quadrati di superficie. Il primo piano è stato destinato alla facoltà per attività didattiche; i piani dal secondo al quarto al dipartimento di Geologia e Geodesia; il quinto al dipartimento di Botanica; il piano cantinato ai garage e agli impianti. Lavori costati circa due milioni di euro, per metà finanziati dalla Regione siciliana con vecchi fondi della legge 15/88 e per metà dall’Università.
Ma è ai nastri di partenza, sempre in via Archirafi, un altro importante recupero, da sei milioni di euro, ottenuti grazie a un mutuo con la Cassa depositi e prestiti: quello dell’ex Consorzio agrario, acquisito dall’Ateneo nel 2002 e destinato pure alle due facoltà di Scienze e di Farmacia. Attualmente nell’ex capannone annesso all’edificio principale sono state realizzate due grandi aule. Adesso si tratta di risanare la palazzina storica del Consorzio, che risale agli Anni Trenta e di completare e risanare il più piccolo edificio a fianco. Ma il progetto prevede pure, al posto dell’attuale capannone dove sono state attrezzate le due aule provvisorie, la costruzione di un nuovo edificio polifunzionale.
Questi luoghi cui lo scrittore Santo Piazzese si ispirò per il suo primo romanzo, “I delitti di via Medina Simonia”, custodiscono importanti collezioni scientifiche, un gioiello museale come il Doderlein, laboratori scientifici. Nel 2006 gli spazi a disposizione di Scienze si sono notevolmente ampliati grazie al recupero dell’edificio di cinque piani ai civici 20-22 che è stato strappato a un lungo degrado e che adesso ospita un’aula ad anfiteatro da 120 posti, numerose altre aule, spazi per laboratori, una grande terrazza: in tutto tremila metri quadrati di superficie. Il primo piano è stato destinato alla facoltà per attività didattiche; i piani dal secondo al quarto al dipartimento di Geologia e Geodesia; il quinto al dipartimento di Botanica; il piano cantinato ai garage e agli impianti. Lavori costati circa due milioni di euro, per metà finanziati dalla Regione siciliana con vecchi fondi della legge 15/88 e per metà dall’Università.
Ma è ai nastri di partenza, sempre in via Archirafi, un altro importante recupero, da sei milioni di euro, ottenuti grazie a un mutuo con la Cassa depositi e prestiti: quello dell’ex Consorzio agrario, acquisito dall’Ateneo nel 2002 e destinato pure alle due facoltà di Scienze e di Farmacia. Attualmente nell’ex capannone annesso all’edificio principale sono state realizzate due grandi aule. Adesso si tratta di risanare la palazzina storica del Consorzio, che risale agli Anni Trenta e di completare e risanare il più piccolo edificio a fianco. Ma il progetto prevede pure, al posto dell’attuale capannone dove sono state attrezzate le due aule provvisorie, la costruzione di un nuovo edificio polifunzionale.
SCIENZE DELLA FORMAZIONE - Albergo delle Povere
Una delle sedi staccate della facoltà di Scienze della formazione occupa in affitto alcuni locali a piano terra e al primo piano dell’Albergo delle Povere, in corso Calatafimi. Si tratta di una costruzione maestosa, fondata nel Settecento, sotto il regno di Carlo III di Borbone, per accogliere poveri e giovani orfane. Progettata dall’architetto palermitano Orazio Furetto, fu iniziata nel 1746, ma i lavori procedettero molto lentamente e fu inaugurata l’8 agosto 1772, anche se non ancora completata, mentre era re delle due Sicilie Ferdinando III di Borbone. Per l’occasione fu organizzata una festa che tutti i mezzi di informazione di quell'epoca riportarono con dovizia di particolari. In occasione dell'inaugurazione i nobili, il clero, le autorità accompagnarono in processione nell’edificio un gruppo di derelitti, poveri, anziani, donne e bambini per dimostrare la grande generosità del re e degli aristocratici.
Tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento vi lavorarono gli architetti Venanzio Marvuglia e Nicolò Puglia. Nel progetto iniziale l'edificio rispecchiava lo stile architettonico del tardo barocco, ma dato che i lavori si protrassero per molti anni, lo stile barocco subì l'influenza dello stile neoclassico. Anche la Chiesa, posta al centro dell'edificio, doveva essere a pianto ottagonale, ma fu trasformata in pianta rettangolare e risentì, sia all'esterno che all'interno, dello stile neoclassico che presenta linee più sobrie e ornamenti più semplici. Il maestoso prospetto dell'edificio è la sintesi dei due stili, che in Sicilia si fusero e si trasformarono, grazie alla fantasia e alla personalità di architetti e maestranze molto vivaci e originali.
Nell'edificio furono impiantate fabbriche e laboratori di seta e pasta, che diedero lavoro ai giovani ricoverati. In particolare l’ospizio diventò una fucina di lavoro e di accoglienza per i più diseredati della città, quando fu diretto dal Principe Palagonia che introdusse altre fabbriche, un panificio e un mulino, trasferì nella sua villa di Malaspina gli uomini, organizzò un gruppo di suore per l'assistenza agli infermi e trasformò l'edificio in un centro vitale di accoglienza e recupero delle donne e dei fanciulli sfortunati della Palermo dei primi dell'800. Da quel momento l'edificio prese il nome di Albergo delle Povere. Il Principe diede tutti i suoi averi all'ospizio e con il passare del tempo, la congregazione dell'Opera Pia continuò a mantenere questa istituzione.
Tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento vi lavorarono gli architetti Venanzio Marvuglia e Nicolò Puglia. Nel progetto iniziale l'edificio rispecchiava lo stile architettonico del tardo barocco, ma dato che i lavori si protrassero per molti anni, lo stile barocco subì l'influenza dello stile neoclassico. Anche la Chiesa, posta al centro dell'edificio, doveva essere a pianto ottagonale, ma fu trasformata in pianta rettangolare e risentì, sia all'esterno che all'interno, dello stile neoclassico che presenta linee più sobrie e ornamenti più semplici. Il maestoso prospetto dell'edificio è la sintesi dei due stili, che in Sicilia si fusero e si trasformarono, grazie alla fantasia e alla personalità di architetti e maestranze molto vivaci e originali.
Nell'edificio furono impiantate fabbriche e laboratori di seta e pasta, che diedero lavoro ai giovani ricoverati. In particolare l’ospizio diventò una fucina di lavoro e di accoglienza per i più diseredati della città, quando fu diretto dal Principe Palagonia che introdusse altre fabbriche, un panificio e un mulino, trasferì nella sua villa di Malaspina gli uomini, organizzò un gruppo di suore per l'assistenza agli infermi e trasformò l'edificio in un centro vitale di accoglienza e recupero delle donne e dei fanciulli sfortunati della Palermo dei primi dell'800. Da quel momento l'edificio prese il nome di Albergo delle Povere. Il Principe diede tutti i suoi averi all'ospizio e con il passare del tempo, la congregazione dell'Opera Pia continuò a mantenere questa istituzione.
CENTRO LINGUISTICO D’ATENEO - SANT’ANTONINO
L’ex convento di Sant’Antonino è uno straordinario pezzo della memoria collettiva cittadina, uno scrigno che custodisce quattro secoli di storia religiosa e laica, a due passi dalla Stazione centrale. Acquisito dall’Università di Palermo nel 2004, il complesso monumentale all’imbocco di corso Tukory, accanto alla chiesa omonima, diventerà uno dei luoghi di maggiore rappresentatività e importanza dell’Ateneo, destinato a sede del polo linguistico e di un laboratorio di ricerca di base e applicata dedicato ai materiali innovativi. Costruito a partire dal 1630 per ospitare i frati francescani, infermi e no, fu per tre secoli convento, poi divenne caserma fino a metà del Novecento, infine venne abbandonato.
I lavori preliminari hanno portato, nel 2005, alla realizzazione della sede del Cla (il Centro linguistico d’Ateneo) negli ex alloggi ufficiali, e a una serie di opere di consolidamento strutturale e di scavi esplorativi. Nel marzo del 2008 il via alla prima tranche dei restauri, del valore di circa 5 milioni di euro, che porteranno in venti mesi al recupero del “blocco Smiriglio” dell’edificio, quello dove si trova l’immenso salone, un tempo refettorio, costruito dal grande architetto del Seicento cui si deve la progettazione iniziale del complesso. Nella sua guida Gaspare Palermo descrive l’edificio come “insieme di magnifiche fabbriche”, ed effettivamente il grande cortile quadrato, con un porticato scandito da alte colonne di billiemi, e alcuni grandi saloni con volte a botta e a crociera, dovevano conferire al complesso architettonico una grande solennità. D’altronde, all’epoca della sua costruzione, era stato pensato come l’approdo e il fondale visivo del lungo viale alberato aperto nel 1635 che risaliva dal mare, lo stradone di Alcalà, oggi via Lincoln.
Dopo il 1866, con la soppressione degli ordini religiosi e la confisca dei loro beni, il complesso divenne sede militare. I piani urbanistici della città cambiarono radicalmente con la costruzione della Stazione centrale e della grande piazza antistante, quinta prospettica di via Roma. Il convento rischiò perfino di essere abbattuto a favore di una regolarità della rete stradale e di un ampliamento degli spazi intorno all’edificio ferroviario, ma alla fine rimase al suo posto, insieme con la chiesa.
Nei primi anni del Novecento la trasformazione in “caserma della sussistenza” e l’installazione di un grande impianto per la fabbricazione del pane, importante reperto di archeologia industriale la cui perla è il gigantesco mulino in legno massiccio che si è conservato pressoché intatto. Nelle sale che avevano ospitato i frati, venne prodotto per mezzo secolo pane per i militari di tutta la Sicilia, con un procedimento completo, dal grano al forno. Gli impianti per la panificazione sono posti nell’ala sud-est dell’edificio, e saranno in gran parte mantenuti a restauro ultimato, fulcro di una zona museale.
I lavori preliminari hanno portato, nel 2005, alla realizzazione della sede del Cla (il Centro linguistico d’Ateneo) negli ex alloggi ufficiali, e a una serie di opere di consolidamento strutturale e di scavi esplorativi. Nel marzo del 2008 il via alla prima tranche dei restauri, del valore di circa 5 milioni di euro, che porteranno in venti mesi al recupero del “blocco Smiriglio” dell’edificio, quello dove si trova l’immenso salone, un tempo refettorio, costruito dal grande architetto del Seicento cui si deve la progettazione iniziale del complesso. Nella sua guida Gaspare Palermo descrive l’edificio come “insieme di magnifiche fabbriche”, ed effettivamente il grande cortile quadrato, con un porticato scandito da alte colonne di billiemi, e alcuni grandi saloni con volte a botta e a crociera, dovevano conferire al complesso architettonico una grande solennità. D’altronde, all’epoca della sua costruzione, era stato pensato come l’approdo e il fondale visivo del lungo viale alberato aperto nel 1635 che risaliva dal mare, lo stradone di Alcalà, oggi via Lincoln.
Dopo il 1866, con la soppressione degli ordini religiosi e la confisca dei loro beni, il complesso divenne sede militare. I piani urbanistici della città cambiarono radicalmente con la costruzione della Stazione centrale e della grande piazza antistante, quinta prospettica di via Roma. Il convento rischiò perfino di essere abbattuto a favore di una regolarità della rete stradale e di un ampliamento degli spazi intorno all’edificio ferroviario, ma alla fine rimase al suo posto, insieme con la chiesa.
Nei primi anni del Novecento la trasformazione in “caserma della sussistenza” e l’installazione di un grande impianto per la fabbricazione del pane, importante reperto di archeologia industriale la cui perla è il gigantesco mulino in legno massiccio che si è conservato pressoché intatto. Nelle sale che avevano ospitato i frati, venne prodotto per mezzo secolo pane per i militari di tutta la Sicilia, con un procedimento completo, dal grano al forno. Gli impianti per la panificazione sono posti nell’ala sud-est dell’edificio, e saranno in gran parte mantenuti a restauro ultimato, fulcro di una zona museale.
LABORATORI tecnologici - EX MAS
E’ un ex complesso industriale dove fino agli ultimi anni del 1900 venivano costruite macchine agricole: un gigante con tre capannoni da cinquemila metri quadrati complessivi edificati su un terreno grande il doppio. In quella che fu la sede della Macchine agricole Sicilia (Mas), società poi fallita, è sorto nel 2008 il Centro Grandi Apparecchiature, il cuore della rete di laboratori dell’Ateneo di Palermo a servizio delle imprese del territorio. La struttura, in via Marini, molto vicino alla cittadella di viale delle Scienze, è stata acquistata all’asta per due milioni e 370 mila euro, nel 2005, dall’Università di Palermo e dal Parco scientifico e tecnologico della Sicilia (società consortile che raggruppa aziende ed enti di ricerca). Dell’Ateneo il capannone più grande, di quasi 3.200 metri quadrati, del Parco i due più piccoli, da 1630 e 613 metri quadrati.
I capannoni, begli esempi di edilizia industriale con alte capriate e ampie superfici a vetro, è sostanzialmente integro ma richiede un intervento di riqualificazione, che è adesso ai blocchi di partenza. Intanto nella parte del complesso già riqualificata, è stato allestito il Centro Grandi Apparecchiature. Il Centro, insieme con altri dodici laboratori ubicati in altrettanti dipartimenti dell’Università, costituisce la rete di laboratori d’Ateneo “Uninetlab”, polo di riferimento per le attività di trasferimento tecnologico delle Università e dei centri di ricerca regionali. Offre servizi e strumentazioni che, in alcuni casi, sono unici nel Sud Italia. Dall’ingegneria alla tecnologia meccanica, dalla costruzione edilizia alle ricerche energetiche e ambientali, dall’architettura alla conservazione e valorizzazione dei beni culturali, le aziende possono rivolgersi alle singole strutture per attingere al loro patrimonio di competenze.
La rete è stata messa su grazie a un progetto da sette milioni di euro finanziato dal Por Sicilia (misura 3.15C) e diretto proprio alla creazione della rete di laboratori rivolti al mondo imprenditoriale, per mettere in connessione permanente il mondo della ricerca e quello della produzione. Con questa iniziativa l’Università è in grado di veicolare il trasferimento della conoscenza al tessuto produttivo, anche attraverso l’applicazione dei risultati della ricerca, per trasferire innovazione e tecnologia alle piccole e medie imprese e contribuire al rilancio economico del Mezzogiorno.
I capannoni, begli esempi di edilizia industriale con alte capriate e ampie superfici a vetro, è sostanzialmente integro ma richiede un intervento di riqualificazione, che è adesso ai blocchi di partenza. Intanto nella parte del complesso già riqualificata, è stato allestito il Centro Grandi Apparecchiature. Il Centro, insieme con altri dodici laboratori ubicati in altrettanti dipartimenti dell’Università, costituisce la rete di laboratori d’Ateneo “Uninetlab”, polo di riferimento per le attività di trasferimento tecnologico delle Università e dei centri di ricerca regionali. Offre servizi e strumentazioni che, in alcuni casi, sono unici nel Sud Italia. Dall’ingegneria alla tecnologia meccanica, dalla costruzione edilizia alle ricerche energetiche e ambientali, dall’architettura alla conservazione e valorizzazione dei beni culturali, le aziende possono rivolgersi alle singole strutture per attingere al loro patrimonio di competenze.
La rete è stata messa su grazie a un progetto da sette milioni di euro finanziato dal Por Sicilia (misura 3.15C) e diretto proprio alla creazione della rete di laboratori rivolti al mondo imprenditoriale, per mettere in connessione permanente il mondo della ricerca e quello della produzione. Con questa iniziativa l’Università è in grado di veicolare il trasferimento della conoscenza al tessuto produttivo, anche attraverso l’applicazione dei risultati della ricerca, per trasferire innovazione e tecnologia alle piccole e medie imprese e contribuire al rilancio economico del Mezzogiorno.
Orto Botanico
Via Lincoln, 2/b, 90123, Palermo, Italia


